148 volte suona la campana

“Nous sommes Charlie”. Le strade si sono riempite, ricordo piazza Castello a Torino illuminata da centinaia e centinaia di candele, penne e matite in mano, tenute alte quasi a voler sfiorare il cielo.

Nessuno ha esitato a esprimere la propria solidarietà nei confronti delle 12 vittime della redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, infiniti link sui principali social network si sono susseguiti per giorni, senza pace. Era quasi una moda quella di cambiare la propria immagine di profilo su Facebook in segno di solidarietà, “Je suis Charlie”, l’abbiamo ripetuto tante volte.

Pochi giorni fa sono stati trucidati, massacrati,148 studenti in Kenya. I duri di stomaco che hanno osato guardare le foto avranno visto un lago di sangue, corpi ammassati, nei corridoi e nelle aule della scuola.
Erano studenti come lo sono io e come lo siamo stati tutti. Lo chiamano il massacro di Garissa, il massacro attuato dal gruppo islamico di Al Shabaab.

Non mi piace paragonare le morti degli uomini tra loro, quando una persona muore smette di avere un’etnia, una bandiera politica, un’età, un sesso, un orientamento sessuale, una religione. La morte ci rende tutti uguali perché tanto prima o poi arriva per tutti. E non mi piace l’idea di paragonare i morti di Charlie Hebdo agli studenti kenyani, non mi piace perché non vedo differenze. Però se proprio vogliamo sforzarci a farlo, innanzitutto colpisce il numero, centoquarantotto. Avete presente cosa significa? Se pensiamo che una classe italiana ha una media di 30 alunni, è come se avessero sterminato tutti i ragazzi della nostra sezione del liceo, dal primo all’ultimo anno.
Dopo il numero, soffermiamoci su chi erano. Non si trattava di disegnatori consapevoli del rischio che correvano, coscienti di quanto facevano infuriare il prossimo con le loro vignette non proprio politically correct. Erano dei ragazzi come lo siamo noi, con la sola colpa di essere cristiani; chissà chi di loro avrebbe voluto fare il dottore mi chiedo e chi l’insegnante. 148 vite stroncate, 148 aspirazioni affogate nel sangue. E la verità è che non sapremo mai nulla di queste 148 persone.

Non credo che queste 148 morti valgano meno solo perché si tratta di africani e non di francesi, perché non sono europei, non sono occidentali.
Così io mi fermo qui a pensare e vi invito a contare anche solo una volta fino a 148, in silenzio.
A voi 148, a voi che siete miei fratelli e mie sorelle perché siete esseri umani dedico questa poesia di John Donne.

“Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
l’Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.”

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Gli spazzolini della mia vita

Se c’è una cosa che mi rende felice sono gli spazzolini, entrare in un bagno e vedere il bicchiere accanto al rubinetto pieno e colorato, così pieno da non sapere neanche più qual è il mio.
E la cosa vale anche per i bagni degli amici, in qualsiasi bagno mi capita di entrare, devo sempre guardare il lavabo e contare, contarli tutti.

Al momento nel mio bagno sono quattro, ma c’è stato un tempo in cui sono stati molti di più e non saprei neanche dirvi quanti.
C’è lo spazzolino di Giulio, quello mi accompagna da cinque anni ormai, sempre lì, accanto al mio, non si muove. E se devo farvi una confidenza, un giorno gliel’ho buttato, non potevo sopportare che avesse lo stesso da così tanto tempo. Poi, pentita, sono corsa a comprargliene uno quasi identico, blu, blu come l’oceano.
Il mio è verde, non ho mai avuto uno spazzolino verde, ma ne ho avuto uno arancione, poi l’ho spezzato in due, mentre mi lavavo i denti. Ci sono rimasta molto male, in fondo l’arancione è il mio colore preferito e poi mi sono sentita un po’ come Hulk, ma di colore verde c’era soltanto la macchia di dentifricio sullo specchio.

Questo è un post che non vuole dire niente e allo stesso tempo tutto. E’ un post per dire che mi manca la mia coinquilina, che con lei nessuno spazzolino era al sicuro, è in grando di usarne due contemporaneamente senza rendersi conto se ha in bocca il suo e quello del ragazzo di turno, o quello mio e quello di Giulio. E’ un caso disperato, ma guardare gli spazzolini e non vedere il suo, è come avere voglia di un biscotto, andare in cucina e rendersi conto di averli già finiti.

Mi piacerebbe che entrando in casa mia, ognuno lasciasse il suo spazzolino. Sarebbe un po’ come dire “Ehi, ma guarda che tornerò di nuovo”. E ci sono così tante persone che vorrei qui, come Giulio, accanto a me.
Odio gli addii, odio persino gli arrivederci se poi non so quando sarà questo rivedersi.
E non sopporto l’idea che qualcuno con cui ho stretto un legame, anche se per poco tempo, poi vada via, faccia persino finta di non avere mai usato il mio dentifricio.
E’ una cosa strana, che non capisco, che mi sfugge. Io ricordo ogni spazzolino con cui ho avuto a che fare e se lo incontrassi per strada gli direi “Per te il dentifricio è sempre là, come se non si fosse mai consumato. Spero non ti dispiaccia se mi piace schiacciare il tubetto da tutte le parti.”

“Pelo Malo”

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“Pelo Malo” (2013), capello cattivo, capello strano, è la storia di Junior, un bambino venezuelano di 9 anni con un ammasso di ricci. Il suo desiderio più grande è quello di avere i capelli lisci e diventare un cantante pop.
Ma la vera vicenda è un’altra, questa è la storia dell’incomunicabilità tra una madre e suo figlio.

Una Caracas caotica, primitiva, istintuale fa da sfondo alla vicenda. Mandrie di persone ammassate, condomini che ricordano zoo, strade dove nessuno si sente realmente al sicuro, sono solo alcune delle immagini che la regista, Mariana Rondòn, ci offre. In un mondo dove non sai se ti violenteranno quando andrai a farti la foto per la scuola, dove avere il cibo nel piatto ogni giorno non è scontato, dove si comunica la propria esistenza solo se si hanno i soldi, non c’è spazio per l’amore, non è necessario alla sopravvivenza.

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Una madre vedova si trova a dover gestire due figli, un bambino e un bebè, ma ha perso il lavoro. Ma sono altri i motivi per cui Marta non può avere pace: come è possibile che il figlio voglia fare il cantante? Non sarà mica omosessuale?
Questi pensieri finiscono per allontanarla ancora di più dal piccolo Junior, pensa persino di venderlo alla nonna. Il problema non è tanto essere gay o meno, il bambino avrà tempo per fare le sue esperienze, il dramma è che Marta, indipendentemente da queste sue paure, non riesce neanche a fargli una carezza.
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Terribile la scena dove Junior urla alla madre “Guardami, Guardami!” da sopra una sedia, dopo essersi spalmato dell’olio da frittura nei capelli nel tentativo di allisciarli. Junior canta, canta con tutta la sua voce. Continua a essere tutto inutile, non esiste, non esistono i bisogni primordiali di un bambino, l’affetto, gli abbracci. Bisogna che faccia l’uomo, quando ancora uomo non è. E la madre fallisce in quanto madre, ma non è neanche in grado di fare il padre, come invece vorrebbe.

E’ omosessuale perché non gli tocca il pene come fa con il figlio più piccolo? E’ gay perché non c’è un uomo in casa? E come può essere una soluzione farsi scopare davanti agli occhi di Junior?
Questa è la violenza che ci viene scaraventata addosso per tutto il film, senza filosofia o moralismi, crudo è il mondo in cui vivono e altrettanto le scene offerte al pubblico. E’ un mondo diverso da quello a cui siamo abituati, non si giudica e non si viene giudicati, tutto è più animalesco.

Dialoghi semplici ed efficaci, una fotografia molto curata, una storia che per noi ha dell’incredibile, sono gli elementi vincenti di questo film assolutamente da vedere.